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	<title>ARTKERNEL &#187; woodman</title>
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		<title>dal 16.7 al 24.10.2010 :: FRANCESCA WOODMAN / Palazzo della Ragione, Milano</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Oct 2010 20:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[woodman]]></category>

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L’esposizione ripercorre, attraverso 116 fotografie, la carriera di uno dei talenti più precoci dell’arte contemporanea.
Dal 16 luglio al 24 ottobre 2010, al Palazzo della Ragione di Milano si tiene la grande retrospettiva dedicata a Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York, 1981), uno dei talenti più precoci e interessanti della seconda metà del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><strong> </strong></p>
<div id="attachment_3104" class="wp-caption alignnone" style="width: 456px"><strong><strong><span id="more-3103"></span><img class="size-full wp-image-3104" title="woodman" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2010/10/woodman1.jpg" alt="" width="446" height="438" /></strong></strong><p class="wp-caption-text">Fig. 1 Francesca Woodman, Untitled, Roma, 1977-1978, stampa alla gelatina d’argento</p></div>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>L’esposizione ripercorre, attraverso 116 fotografie, la carriera di uno dei talenti più precoci dell’arte contemporanea.</strong></p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Dal 16 luglio al 24 ottobre 2010, al Palazzo della Ragione di Milano</strong> si tiene la grande retrospettiva dedicata a <strong>Francesca Woodman</strong> (Denver, 1958 – New York, 1981), uno dei talenti più precoci e interessanti della seconda metà del Novecento.</p>
<p style="text-align: justify;">L’esposizione, curata da Marco Pierini e da Isabel Tejeda, realizzata dal Comune di Milano &#8211; Cultura e da Civita, in collaborazione con SMS Contemporanea di Siena, l’Espacio AV di Murcia (Spagna) e l’Estate di Francesca Woodman di New York, <strong>presenta 116 fotografie tra cui 15 immagini esposte in esclusiva per Milano e cinque video</strong> che ripercorrono tutta la carriera dell’artista, interrottasi a 22 anni.</p>
<p style="text-align: justify;">“Risvolti psicoanalitici, narcisismo, autobiografia, sacrificio di sé &#8211; spiega l&#8217;assessore alla Cultura del Comune di Milano Massimiliano Finazzer Flory &#8211; sono chiavi di lettura agilmente associate ai lavori di Francesca Woodman, eppure la complessità di questo <em>corpus</em> è davvero più ampia. Forse, addirittura, i suoi autoritratti prescindono dall’elemento biografico circoscritto, e scavano nella dimensione dell’interiorità pura di tutti noi. Per scomparire fra le cose, per ritrovarsi ancora di più”.</p>
<p style="text-align: justify;">Figlia d’arte &#8211; la madre Betty è ceramista e il padre George, pittore e fotografo &#8211; Francesca Woodman cominciò a lavorare a soli tredici anni di età, con la sua prima macchina fotografica e l’uso dell’autoscatto. Negli anni a venire, ha continuato a usare se stessa come soggetto privilegiato delle sue foto, rappresentandosi sia in contesti domestici, con la predilezione per ambientazioni <em>vintage </em>e decadenti, che in mezzo alla natura, da sola o con amiche, nel vivo di azioni e performance appositamente progettate.</p>
<p style="text-align: justify;">All’amica Sloan Rankin, che le domandava perché utilizzasse spesso se stessa come modello, la Woodman rispondeva “è una questione di convenienza. Io sono sempre disponibile”. La frase, ironica e schietta, ci aiuta a comprendere da un lato l’aspetto dell’indagine sull’Io e sulla propria intimità che contraddistingueva la sua ricerca, dall’altro la condizione di giovane artista adolescente che negli anni Settanta sosteneva da sola i costi di produzione del proprio lavoro.</p>
<p style="text-align: justify;">Anticipatrice di tendenze e tematiche che connoteranno l’arte contemporanea negli anni successivi ed erede della tradizione artistica occidentale dell’autoritratto, Francesca Woodman colpì la comunità artistica per la maturità e la coerenza concettuale delle opere che creò in nove anni di intensa attività.</p>
<p style="text-align: justify;">Il percorso espositivo segue le orme tracciate dalle sue serie fotografiche più significative, che si identificano con i luoghi dove sono state create e ripercorrono i passaggi essenziali della sua biografia: una ha per scenario Boulder, nel Colorado, datata agli anni della scuola superiore; un’altra riguarda l’intenso periodo di formazione presso la Rhode Island School of Design di Providence; infine, quella che fra 1977 e 1978 venne eseguita a Roma.</p>
<p style="text-align: justify;">New York, da una parte, e la natura incontaminata della MacDowell Colony nel New Hampshire rappresentano le fasi estreme della sua opera.</p>
<p style="text-align: justify;">All’interno del suggestivo Palazzo è stata ricreata anche l’installazione <em>Swan Song </em>(<em>La canzone del cigno</em>), realizzata da Francesca a Providence nel 1978 ed esposta per la prima volta in Italia in occasione di questa mostra. Le 5 fotografie di grande formato (circa 1 metro x 1 di grandezza) rappresentano una rottura degli schemi convenzionali che prevedevano di appendere l’opera all’altezza degli occhi. La Woodman progettò l’installazione in modo da collocare le stampe ad altezze variabili, alcune molto in alto e altre all’altezza del pavimento, in funzione del flusso narrativo delle immagini e sfruttando le caratteristiche architettoniche del contesto in un dialogo tra artista e spazio che diventa parte dell’opera.</p>
<p style="text-align: justify;">Completano l’esposizione cinque frammenti video, parte dei pochissimi realizzati dall’artista durante i corsi della RISD, recentemente restaurati e pubblicati dall’Estate. Testimonianza del lavoro performativo dell’artista, sono un utile strumento che ci mostra l’artista modella e regista al tempo stesso.</p>
<p style="text-align: justify;">Quasi tutta la produzione di Francesca Woodman vive nel rapporto tra il proprio corpo, oggetto e soggetto degli scatti, e il proprio sguardo. Di sé non offre mai alcuna visione idealizzata, eroica, caricata di particolari significati; al contrario, la propria immagine è sempre inserita nell’universo delle cose, come fosse parte di esse.</p>
<p style="text-align: justify;">Spesso, il corpo dell’artista si assimila con l’intonaco dei muri, gioca con la propria ombra, compare da porte e finestre, si nasconde tra i mobili e gli oggetti; la luce ne sfalda la consistenza piuttosto che esaltarla, oppure ne tornisce le forme purché siano sempre colte come frammenti, come particolari.</p>
<p style="text-align: justify;">Uno dei tratti caratteristici e ricorrenti della sua cifra espressiva è l’assenza del volto, tagliato dall’inquadratura, o solo nascosto da maschere, dai propri capelli, da una torsione del collo o del busto, e la dimensione performativa, ben evidenziata anche dai pochi minuti dei video girati dall’artista.</p>
<p style="text-align: justify;">Accompagna la mostra un catalogo <strong>Silvana Editoriale</strong> con saggi dei due curatori e di Rossella Caruso e Lorenzo Fusi.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><strong>Francesca Woodman</strong> nasce il 3 aprile 1958 a Denver, Colorado. Il padre George è un pittore, la madre Betty una ceramista. Tra 1965 e 1966 la famiglia Woodman trascorre un anno a Firenze, dove Francesca frequenta la seconda elementare in una scuola italiana. Rientrati negli Stati Uniti Francesca frequenta la scuola pubblica a Boulder, nel Colorado, e prende lezioni di pianoforte. Ad Andover, nel Massachusetts, sceglie di iscriversi nel 1972 all’Abbot Academy, una scuola privata per sole donne, tra i pochi licei americani con corsi d’arte. Subisce l’influenza di una delle insegnanti, la fotografa Wendt Snyder McNeill, che ritroverà poi alla Rhode Island School of Design di Providence. A questo periodo risalgono le prime fotografie, stampate nella camera da letto trasformata in studio fotografico. Ogni estate la famiglia soggiorna ad Antella, vicino Firenze, in un casale immerso nella campagna che avevano acquistato nel 1969. Tra 1973 e 1974 frequenta ad Andover la Phillips Academy e ha come insegnante di fotografia Don Snyder, fratello di Wendy Snyder McNeill. Torna in estate ad Antella con la famiglia. Tra 1974 e 1975 frequenta la scuola secondaria a Boulder, diplomandosi nel giugno del 1975. Nel vecchio cimitero della cittadina universitaria esegue una serie di scatti che la ritraggono mentre attraversa una stele tombale. In estate torna ad Antella. Dell’estate del ’76 è un gruppo di fotografie, sempre eseguite con l’autoscatto, dove il suo corpo nudo è immerso in un paesaggio desertico. A partire da settembre frequenta a Providence un’Accademia di belle arti: la Rhode Island School of Design (RISD). Aaron Siskind è tra i suoi professori, suoi compagni e amici Sloan Rankin, George Lange e Arlene Shechet. L’appassionano le fotografie di Man Ray, Duane Michals, Arthur Felling Weegee. Risiede in un grande appartamento semivuoto  nell’edificio industriale di Pilgrim Mills, dove ambienta numerose fotografie. Appartengono inoltre al primo anno della RISD le serie <em>Depht of field</em>, <em>Charlie the model</em>, <em>Door in abandoned house</em>, <em>Abandoned house</em>, <em>Space<sup>2</sup></em>, <em>Polka dots</em>, <em>Spring in Providence</em>. Tra il 1977 e il 1978 è in Italia con l’amica Sloan Rankin per seguire i corsi europei della RISD che ha sede in Palazzo Cenci, nel centro di Roma. Conosce i proprietari della libreria antiquaria Maldoror, Giuseppe Casetti e Paolo Missigoi, che allestiranno la sua prima personale in Italia. Stringe amicizia con Sabina Mirri, Edith Schloss, Giuseppe Gallo, Enrico Luzzi, Suzanne Santoro. Sviluppa le serie <em>Angels</em>, già iniziata a Providence, e realizza le <em>Eel series</em>, la <em>Serie del guanto</em> (1977) e <em>Self-deceit</em> (1978). Del soggiorno romano sono anche alcuni autoscatti dove si ritrae nuda con il corpo sporcato da diverse sostanze (farina, pigmenti, gesso) che nella stampa in bianco e nero acquistano valore materico, a contrasto con la liscia compattezza dell’incarnato. Nell’autunno del 1978 torna a frequentare a Providence l’ultimo semestre della RISD e nel gennaio 1979 consegue il B.F.A. in fotografia e si trasferisce a New York. Trascorre l’estate a Stanwood, Washington, e stampa un gruppo di fotografie di dimensioni varie e con un insolito sviluppo orizzontale, che ripropongono il tema dei corpi nudi o vestiti in comunione panica con la natura. A novembre allestisce alla Woods-Gerry Gallery (RISD) la personale <em>Swan Song</em>, un omaggio a Proust, del quale legge l’opera completa. Nell’intenzione di affermarsi come fotografa sperimenta anche la fotografia di moda (<em>Fashion photographs</em>), ispirandosi al lavoro di Deborah Tuberville, tra gli autori ai quali manda i suoi dossier. Nella primavera del 1980 lavora al <em>Temple project</em>, una sorta di ricostruzione della facciata dell’Eretteo, dove modelle avvolte da panneggi classicheggianti sostituiscono le cariatidi. Durante l’estate, come artista residente della MacDowell Colony (Peterborough, New Hampshire), sviluppa in alcune serie di provini a contatto il tema delle corrispondenze con gli elementi naturali: le sue braccia, rivestite di corteccia, sono rami di betulla; il suo corpo, ricoperto da tessuti fiorati, si confonde con il terreno. In questo periodo sperimenta anche le <em>blueprints</em> (cianografie), alcune delle quali furono esposte all’Alternative Museum di New York. Nel corso dell’anno partecipa a due mostre collettive presso la galleria newyorchese di Daniel Wolf, dove conosce i critici Peter Frank e Max Kozloff e il collezionista di opere surrealiste Timothy Baum. Nel gennaio 1981 esce l’edizione a stampa di <em>Some disordered interior geometries</em> (Synapse Press, Philadelphia), uno dei sei quaderni fotografici progettati durante il soggiorno romano. Il 19 dello stesso mese abbandona volontariamente la vita.</p>
<p style="text-align: right;">Milano, 15 luglio 2010</p>
<p style="text-align: left;">:: ::</p>
<p><span style="color: #993300;">Sede</span>: Palazzo della Ragione (piazza Mercanti)  &#8211; Milano<br />
<span style="color: #993300;">Date</span>: 16 Luglio – 24 Ottobre 2010<br />
<span style="color: #993300;">Orari</span>: Dal martedì alla domenica, dalle ore 9.30 alle ore 19.30; Giovedì dalle ore 9.30 alle ore 22.30; Lunedì dalle ore 14.30 alle ore 19.30. La biglietteria chiude un’ora prima<br />
<span style="color: #993300;">Vernissage</span>: 15 Luglio. Ore 10.30 per la stampa<br />
<span style="color: #993300;">Autori</span>: Francesca Woodman<br />
<span style="color: #993300;">Curatore</span>: Marco Pierini, Isabel Tejeda<br />
<span style="color: #993300;">Catalogo</span>: Disponibile in sede, con saggi dei due curatori e di Rossella Caruso e Lorenzo Fusi<br />
<span style="color: #993300;">Editore</span>: Silvana Editoriale<br />
<span style="color: #993300;">Biglietti</span>: Intero € 8,00 intero; ridotto under 18 e over 65, studenti fino a 26 anni, gruppi di minimo 15 – massimo 25 persone, titolari di coupon e convenzioni € 6,50; ridotto speciale scuole, gruppi organizzati Touring Club e abbonati Festival MITO 2010 € 3,00. Gratuito per minori di 6 anni, un accompagnatore per gruppo, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti accreditati, disabili e accompagnatore, accompagnatore o guida Touring Club, guide turistiche titolari di tesserino di abilitazione all’esercizio della professione, dipendenti della Soprintendenza ai Beni Architettonici<br />
<span style="color: #993300;">Info</span>: Tel. 02.4335.3522 | <a href="http://www.mostrawoodman.it/">www.mostrawoodman.it</a> | <a href="mailto:servizi@civita.it">servizi@civita.it</a><br />
<span style="color: #993300;">Ufficio Stampa</span>: CLP Relazioni Pubbliche; Tel. 02.433403 | Fax 02.4813841 | <a href="http://www.clponline.it/">www.clponline.it</a> | <a href="mailto:press@clponline.it">press@clponline.it</a> | Ufficio Stampa Comune di Milano: Francesca Cassani; Tel. 02.88456796 | <a href="mailto:francesca.cassani@comune.milano.it">francesca.cassani@comune.milano.it</a><br />
<span style="color: #993300;">Genere</span>: Personale, Arte Contemporanea, Fotografia</p>
<p>:: ::</p>
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		<title>Francesca Woodman</title>
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		<pubDate>Tue, 28 Sep 2010 19:33:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Isabella Pedicini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Video]]></category>
		<category><![CDATA[woodman]]></category>

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		<description><![CDATA[L’autoscatto, il corpo nudo in ambienti domestici. La fotografia come strumento d’indagine della propria identità: diario del rapporto io/mondo, scrittura privata intorno al limite tra sé e l’altro. Artista precoce, figura di confine -già dal nome- tra cultura americana e cultura italiana, Francesca Woodman (Denver 1958-New York 1981) realizza il primo autoritratto a soli tredici [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">L’autoscatto, il corpo nudo in ambienti domestici. La fotografia come strumento d’indagine della propria identità: diario del rapporto io/mondo, scrittura privata intorno al limite tra sé e l’altro.<img class="size-full wp-image-2854 alignright" title="Francesca Wodman, Untitled" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2010/09/woodman4.jpg" alt="" width="305" height="339" /> <span id="more-2849"></span>Artista precoce, figura di confine -già dal nome- tra cultura americana e cultura italiana, Francesca Woodman (Denver 1958-New York 1981) realizza il primo autoritratto a soli tredici anni svelando un tratto peculiare della sua poetica: la coincidenza dell&#8217;io narrante con l&#8217;io narrato, dell&#8217;artista col soggetto della fotografia. Woodman infatti ritrae sé stessa nuda in case disabitate, ambienti fatiscenti, angoli al riparo dallo sguardo convenzionale.<br />
Americana, cresciuta in una famiglia d’artisti, arriva a Roma giovanissima per un soggiorno studi. Gli anni romani si riveleranno fondamentali per la sua produzione portando a effettiva fioritura le attitudini espressive.<br />
Le foto sono dei bianco e nero di piccolo formato. Chi guarda, si avvicina con discrezione agli scatti e partecipa, con un po&#8217; di soggezione, al discorso privato che si compie all&#8217;interno dei fotogrammi. Quella dell&#8217;artista, infatti, è una riflessione intima e costante sulla propria identità indagata attraverso la relazione continua tra corpo e spazio e sintetizzata poi nel linguaggio fotografico.<br />
Ci si rende conto, allora, di come Woodman cerchi negli autoscatti innanzitutto il proprio sguardo e solo successivamente quello dell&#8217;osservatore, secondo un’idea di ricerca di sé confermata anche dai video che ritraggono le fasi precedenti lo scatto.<br />
I filmati, la vera chicca della mostra, aiutano a comprendere la varietà dei codici linguistici che processualmente portano al fotogramma definitivo: il disegno, la scrittura, la performance partecipano tutti al risultato finale.<img class="alignnone size-full wp-image-2850" title="Francesca Wodman, House 4" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2010/09/woodman3.jpg" alt="" width="453" height="492" /><br />
In questo modo, l’artista disegna la propria parabola all&#8217;interno dei confini del mezzo fotografico valicando gli stessi argini della fotografia.<br />
D’altra parte, il confine incerto tra i vari linguaggi di cui Woodman si serve fa da <em>pendant</em> a un&#8217;attitudine spiccata dell&#8217;artista: la fusione.<br />
Una sorta di luminoso panismo la induce a perdersi e a sparire, a confondere la propria pelle con quella degli oggetti delle sue foto. Lei si protegge, svanisce, si mimetizza nell’ambiente intorno al suo corpo mentre la macchina fotografica, come un fucile, le è puntata contro per bloccarne l’immagine. Woodman spesso è spalle al muro come nelle più classiche delle fucilazioni e spesso al muro si confonde.<img class="alignnone size-full wp-image-2859" title="Francesca Wodman, Yet another leaden sky" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2010/09/woodman2.jpg" alt="" width="459" height="494" /><br />
Proprio con l’idea di morte le sue fotografie non smettono di fare i conti: non per via di un discorso sull’identità che inevitabilmente si dipana tra vita e morte, ma a causa di una certa critica che vuole Woodman legata unicamente ai temi dell’ angoscia, dell’inquietudine e della depressione femminile. Etichette ristrette da incollare all’opera di un’artista che come un lampo ha attraversato il secolo lasciando tracce di sé che bruciano per slancio e forza vitale e non consegnano elementi mortiferi. Può il suicidio della Woodman condizionarne a tal punto il lavoro? Non può forse rappresentare un gesto estremo di dissolvimento e quindi trasformazione? Non può essere letto come tentativo ultimo di compiere ciò che Francesca inseguiva nelle foto: la fusione tra il suo corpo e la materia secondo direttive non per forza negative?</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Isabella Pedicini</strong></p>
<p style="text-align: justify;">
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