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	<title>ARTKERNEL &#187; Francesca Serana</title>
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		<title>Pietro D&#8217;Angelo / Ermanno Tedeschi Gallery, Milano</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 03:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Serana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Nello spazio milanese della Ermanno Tedeschi Gallery è in atto e si protrarrà fino al 4 maggio la personale dell’artista palermitano Pietro D’Angelo. L’artista presenta le sue opere scultoree realizzate con una particolare tecnica innovativa, si tratta di soggetti figurativi a dimensioni reali &#8211; per lo più bambini &#8211; realizzati con le graffette o clips, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Nello spazio milanese della Ermanno Tedeschi Gallery è in atto e si protrarrà fino al 4 maggio la personale dell’artista palermitano Pietro D’Angelo. L’artista presenta le sue opere scultoree realizzate con una particolare tecnica innovativa, si tratta di soggetti figurativi a dimensioni reali &#8211; per lo più bambini &#8211; realizzati con le graffette o clips, ovvero quegli oggetti che si trovano abitudinariamente in ogni scrivania <span id="more-4411"></span>e che ognuno di noi usa per agganciare i propri fogli.<br />
Sulla scia di artisti che hanno subìto il fascino dell&#8217;<em>object trouvé</em>, quali Jan Fabre con le sue sculture composte da gusci di scarabei o Tony Cragg  e i suoi dadi da gioco, anche D&#8217;Angelo ripropone il concetto di serialità dell&#8217;oggetto ma in una maniera del tutto nuova.  La caratteristica che accomuna il lavoro di questi artisti è la moltiplicazione degli oggetti da loro scelti per crearne degli altri del tutto diversi nel significato. D&#8217;Angelo preleva dalla quotidianità un oggetto di frequentazione abitudinaria, con il quale instaura un rapporto di familiarità, per porlo poi in un nuovo contesto, quello della comunicazione estetica. L&#8217;artista lascia all’oggetto la sua riconoscibilità più immediata, cercando di conservare intatta l’identità con cui esso viene riconosciuto dal senso comune, e crea una nuova forma, un nuovo oggetto prevalentemente a sembianze umane.</p>
<div id="attachment_4416" class="wp-caption alignnone" style="width: 462px"><img class="size-full wp-image-4416" title="lafiaba" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2011/03/lafiaba.jpg" alt="" width="452" height="736" /><p class="wp-caption-text">Pietro D’Angelo, “La fiaba”, 2010. Scultura. Courtesy l’artista</p></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">La sua ricerca è iniziata utilizzando dei comunissimi bottoni attaccati trasversalmente ad una base di cera che si concretizzavano in una scultura abbastanza riconoscibile.<br />
L&#8217;innovazione nell&#8217;uso dei materiali si è spinta oltre, fino ad approdare all&#8217;uso delle graffette che vediamo qui esposte nella Ermanno Tedeschi Gallery.<br />
D&#8217;Angelo ha trovato un oggetto che permette di esprimere, pur nella sua matericità, il senso dell&#8217;effimero e dell&#8217;evanescente. La costruzione a piccoli moduli permette una rappresentazione che gioca contemporaneamente sulla descrizione e la precarietà della visione, capace di rappresentare la frantumazione di ogni senso unitario delle cose. L&#8217;uomo è un cumulo di ‘fermagli’.<br />
Nelle graffette l&#8217;artista individua un oggetto che ha la proprietà di farsi attraversare dalla luce e di rendere visibile l’invisibile che è parte della realtà.<br />
Negli esseri umani da lui rappresentati e composti da miriadi di graffette, il problema del supporto è stato risolto grazie all&#8217;utilizzo di una rete metallica zincata che funge da base d&#8217;appoggio e che ha il grande vantaggio di confondersi con l’oggetto senza disturbare la visione della raffigurazione.<br />
«Il vuoto diventa parte dell’opera, la materia è ridotta a linee olografiche che si snodano nello spazio e grazie al loro colore metallico riflettono la luce e si lasciano attraversare nei vuoti», dice l&#8217;artista. La scultura tende così a varcare il suo limite dando spazio a giochi ottici ottenuti dall&#8217;ambiguità fra visibile e invisibile, tra pieno e vuoto, rendendo questa visione precaria e frantumata e  &#8211; se vogliamo &#8211; molto pirandelliana e attuale.<br />
L&#8217;anonimato dei personaggi rende facile una immedesimazione da parte dello spettatore.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesca Serana</strong></p>
<p style="text-align: justify;">:: ::</p>
<p><span style="color: #993300;">Sede</span>: Ermanno Tedeschi Gallery, Via Santa Marta 15 – Milano<br />
<span style="color: #993300;">Date</span>: 22 Febbraio – 4 Maggio 2011<br />
<span style="color: #993300;">Orari</span>: Dal Martedì al Venerdì, dalle ore 11.00 alle ore 13.00 e dalle ore 15.00 alle ore 19.00. Sabato e Domenica su appuntamento.<br />
<span style="color: #993300;">Autori</span>: Pietro D’Angelo<br />
<span style="color: #993300;">Biglietti</span>: Ingresso libero<br />
<span style="color: #993300;">Genere</span>: Personale, Scultura</p>
<p>:: ::</p>
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		<title>Matisse. La seduzione di Michelangelo / Museo di Santa Giulia, Brescia</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Mar 2011 16:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Serana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Arte Contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Disegno]]></category>
		<category><![CDATA[Scultura]]></category>

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		<description><![CDATA[«Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare». La forma è insita nella materia, compito dell’artista è quello di scoprila, attraverso un processo non ad aggiungere ma bensì a levare. Matisse e Michelangelo all’unisono.
Indubbiamente, per essere stato dichiarato un grande evento con velleità da grandi numeri di incassi, il taglio della mostra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">«Io intendo scultura quella che si fa per forza di levare». La forma è insita nella materia, compito dell’artista è quello di scoprila, attraverso un processo non ad aggiungere ma bensì a levare. Matisse e Michelangelo all’unisono.<span id="more-4332"></span><br />
Indubbiamente, per essere stato dichiarato un grande evento con velleità da grandi numeri di incassi, il taglio della mostra è originale e riesce a coniugare le esigenze da richiamo del cartellone con una volontà di approfondimento scientifico tipica delle piccole mostre curate da studiosi con finalità di ricerca. La mostra di Brescia è questo, un mix che può soddisfare un&#8217;eterogeneità di pubblico, così come può scontentare sia il neofita curioso alla ricerca di grandi quadri quanto il conoscitore esperto alla ricerca di un approfondimento critico.</p>
<div id="attachment_4333" class="wp-caption alignleft" style="width: 247px"><img class="size-medium wp-image-4333" title="Matisse Interno con schiavo Mus+®e Matisse di Nizza" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2011/03/Matisse-Interno-con-schiavo-Mus+®e-Matisse-di-Nizza-237x300.jpg" alt="" width="237" height="300" /><p class="wp-caption-text">Henri Matisse, “Interno con schiavo”, ca. 1924. Olio su tela, 91,7 x 73,2 cm, Nizza, Musée Matisse, © Succession H. Matisse by SIAE 2010, Photo : François Fernandez</p></div>
<p style="text-align: justify;">La mostra è mirata, sceglie di esporre esclusivamente l&#8217;attività dell&#8217;artista francese confrontabile con le sculture michelangiolesche e forse per questo ha un limite, non dando un quadro completo dell&#8217;opera matissiana ma mostrando una porzione molto ridotta del suo lavoro; da questo insieme restano escluse una serie di tele che lo spettatore potrebbe aspettarsi d&#8217;incontrare. Risulterà difficile avere un&#8217;idea esaustiva della produzione matissiana tanto quanto del periodo storico, ciò forse per via della mancanza di alcune opere significative che avrebbero permesso di comprendere l&#8217;evoluzione artistica del maestro francese pur non sviando il confronto con la classicità michelangiolesca.<br />
L&#8217;allestimento della mostra è curato dallo studio TA di Alberto Torsello, architetto capace di esplorare ambiti di intervento nuovi, con interessanti esperienze nel campo degli allestimenti come quello strabiliante della esposizione dedicata agli Inca che si è tenuta nello stesso Museo di Santa Giulia.<br />
Il percorso è dominato da un crescendo di luce. L&#8217;ingresso alla mostra avviene quasi al buio, in un corridoio a gomito, l&#8217;enfasi luminosa è posta solo sulle opere. Le luci, appositamente progettate, sono in grado di produrre una ambientazione quasi naturale ma di grande teatralità. Proseguendo, il buio delle sale si dirada passando ai toni del grigio per arrivare alla luce e ai colori chiari che accompagnano gli ultimi spazi espositivi, in un percorso quasi catartico, di rivelazione e di chiarezza interiore. Accolgono alcune illustrazioni della rivista francese <em>Verve</em>, per la quale Matisse aveva assiduamente lavorato sopratutto nell&#8217;ultimo periodo della sua vita.<br />
Breve il confronto con la produzione artistica di Rodin, interprete dei valori michelangioleschi, da cui Matisse trasse ispirazione per la prima opera qui presentata, <em>Lo schiavo</em> (Musée Matisse di Nizza). Essendo la mostra dedicata al rapporto fra l&#8217;artista francese e Michelangelo, ci si sarebbe aspettati una più ricca documentazione in merito alla figura di Rodin, che fu tanto fondamentale nel mediare tra Matisse e il maestro italiano.<br />
Segue il confronto diretto con Michelangelo, a partire dal calco de <em>La Notte</em> della Sagrestia Nuova di San Lorenzo a Firenze (Gipsoteca dell&#8217;Istituto statale d&#8217;arte di Firenze). Il <em>Ratto d&#8217;Europa</em> (National Gallery of Australia), una delle poche tele presenti alla mostra, se rivela evidenti spunti recuperati dall&#8217;artista toscano, difficilmente potrà essere annoverata fra le opere più significative di Matisse. Ugualmente sembra poco opportuna la presenza di un dipinto inconcluso, il <em>Grande nudo seduto</em> (Bronty) del 1909 (New York, The Pierre and Tana Matisse), in cui è visibile il disegno sottostante e le campiture di colore rosso dello sfondo riempiono il quadro solo a metà, mostrando una preparazione che difficilmente si può credere sia intenzionale.<br />
Interessante invece, e forse vera rivelazione della mostra, il libro <em>Phasifae. Chant de Minos</em> di Henri de Montherland, illustrato da Matisse e raramente esposto al pubblico. Si tratta di una serie di incisioni su linoleum, una semplice linea bianca su fondo nero, il cui il tratto deciso regna sovrano, rendendo le figure iconiche pur nel movimento forte e potente.<br />
Il tema della danza, tanto caro a Matisse, viene trattato fugacemente con due bozzetti di bronzo di piccole dimensioni e con il bozzetto di preparazione alla decorazione per la fondazione Barnes di Philadelphia (<em>La danza, armonia blu</em>, 1930-1931, Musée Matisse, Nizza). L&#8217;illustrazione della rivista <em>Verve</em> del 1938 avente come oggetto questa stessa tematica, non sembra sufficiente a scandagliare quello che per Matisse non fu solo uno dei tanti motivi trattati, ma fu il grande motivo per eccellenza, quello della danza umana inteso come slancio vitalistico dell&#8217;uomo mosso dalla gioia di vivere.</p>
<div id="attachment_4336" class="wp-caption alignnone" style="width: 461px"><img class="size-full wp-image-4336" title="1-comp" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2011/03/1-comp1.jpg" alt="" width="451" height="376" /><p class="wp-caption-text">Henri Matisse, “Pianista e giocatori di dama”, 1924. Olio su tela, 73,7 x 92,4 cm, Washington, National Gallery of Art, Collection of Mr. and Mrs. Paul Mellon, 1985.64.25, © Succession H. Matisse by SIAE 2010, Image courtesy National Gallery of Art, Washington</p></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Nel corridoio successivo, la sala 5, tre teste in bronzo della modella Henriette, la modella preferita dall&#8217;artista, vengono accostate a incisioni su linoleum di nudi del 1938 e ad un altro dei rari dipinti di questa mostra, <em>Katia in abito giallo</em> (1951, The Pierre and Tana Foundation Collection), a cui fa seguito l&#8217;altro dipinto <em>Pianista e giocatori di dama</em> (1929, National Gallery of Arts, Washington), una delle poche tele dell&#8217;artista forse già note al pubblico. Qui il confronto con Michelangelo è reso nella sua evidenza dalla presenza del calco in gesso de <em>Lo Schiavo morente</em> (Gipsoteca dell&#8217;Istituto d&#8217;arte di Firenze) citato nel dipinto, che a sua volta si collega all&#8217;Interno con schiavo, la tela del Musée Matisse di Nizza, raffigurante il modello michelangiolesco in gesso che Matisse aveva nel suo atelier. Eccezionalmente per la mostra è stato fatto realizzare il calco dello schiavo di Michelangelo che poi verrà donato al Museo di Nizza.<br />
L&#8217;allestimento si rischiara e nella sala 6 prevale l&#8217;accostamento tematico di una serie di nudi, in prevalenza disegni di donne distese, intervallati dalla tela della <em>Donna alla finestra</em> (1918, Narodni Muzej di Belgrado) e dalla tela delle <em>Ragazze in giardino</em> (1919, Musée des Beaux-Arts, Le Chaux de Fonds) dove si evince che il maestro francese ha ripreso nel periodo di Nizza gli studi realizzati una ventina di anni prima ispirati alla Notte di Michelangelo.<br />
La sala 7 sempre più rischiarata, è dedicata al confronto con gli antichi. Lo testimoniano il Busto in gesso, bouquet di fiori, un olio del 1919 molto incisivo, che mostra in secondo piano un disegno di chiara impronta michelangiolesca e un busto antico effettivamente posseduto da Matisse esposto qui in originale (Busto antico, copia romana da un originale del IV sec., Musée Matisse di Nizza); entrambe le opere vengono affiancate ad un disegno di una Venere antica di Michelangelo proveniente da casa Buonarroti.<br />
Proseguendo, altri disegni di nudi femminili si alternano a bronzi raramente esposti quali la <em>Serpentine</em> (1909, deposito presso il Musée Matisse di Nizza) e il <em>Grande nudo seduto</em> (1929, Musée Departemental Matisse, Le Cateau-Cambrésis). Il primo bronzo mostra tutta la sua originalità nella raffigurazione di una donna affusolata e dalle forme fortemente affinate anticipando di molti anni le forme giacomettiane.<br />
Verso la dirittura d&#8217;arrivo, la mostra prende slancio. Viene presentata una serie delle odalische che Matisse aveva visto in Marocco nel 1912, con quattro dipinti circondati da numerose litografie.</p>
<div id="attachment_4338" class="wp-caption alignnone" style="width: 460px"><img class="size-full wp-image-4338" title="02-comp" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2011/03/02-comp.jpg" alt="" width="450" height="297" /><p class="wp-caption-text">Henri Matisse, “Il circo”, tav. 2, Jazz, Paris, Tériade, 1947. Tavola a pochoir realizzata con gouache di Linel, 42 x 65 cm, Le Cateau-Cambrésis, Musée départemental Matisse, © Succession H. Matisse by SIAE 2010, Photo Philip Bernard</p></div>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">L&#8217;ultimo periodo della produzione matissiana è documentato dalle vivaci <em>gouaches découpées</em>. Con esse l&#8217;artista risolve alcuni dilemmi che l&#8217;avevano ossessionato per tutta la carriera, quali il rapporto fra colore, disegno e scultura per cui dirà: «ritagliare a vivo nel colore mi ricorda lo sbozzare diretto degli scultori». La conseguenza del suo intenso interrogarsi sulla plasticità dei corpi in rapporto con lo sfondo decorativo trova uno sbocco in queste &#8216;tempere ritagliate&#8217; che costituiscono il trait d&#8217;union fra elemento pittorico e scultoreo. Le <em>gouaches découpées</em> non hanno precedenti e nemmeno avranno seguito. Matisse fece colorare dai suoi assistenti dei rotoli di carta e poi con della grandi forbici andò a tagliare le forme che andava a comporre per ore interminabili. Discende da quest&#8217;invenzione il suo libro Jazz che realizza nel 1947, raccogliendo pensieri e idee dell&#8217;artista stesso sulla vita e sull&#8217;arte, oltre a questi insoliti ritagli che conferiscono al colore la massima purezza. A Brescia viene proposto per la prima volta non il libro celeberrimo ma una versione più rara del medesimo, denominata &#8216;album&#8217;, versione mai mostrata prima in quanto il proprietario temeva che l&#8217;esposizione alla luce potesse intaccare la brillantezza del colore.<br />
Ci avviciniamo alla fine del percorso. A settant&#8217;anni, Matisse, malato e costretto su una seggiola a rotelle, fa ricoprire le pareti beige del suo laboratorio con delle forme di uccelli ritagliati nella carta bianca, memore del soggiorno tahitiano. E&#8217; questa l&#8217;origine degli arazzi <em>Oceania mare</em> e <em>Oceania cielo</em> (1946, Musée Départemental Matisse, Le Cateau Cambrésis), riprodotti nel lino grezzo in trenta esemplari a Parigi. Nel parallelo <em>Polinesia</em> (1950-1951), le forme di pesci e rondini, fluttuanti in una danza di coralli, alghe e meduse, danno vita assieme allo sfondo ad una bicromia priva di ombre, nitida e viva tanto quanto lo spazio che Matisse esperì nell&#8217;altro emisfero.<br />
Chiude l&#8217;esposizione una forte ed incisiva <em>gouache découpée</em> realizzata su tela, la bellissima <em>Venere</em> (1952, National Gallery of Art, Washington), che documenta ancora una volta il debito di uno dei più grandi artisti del Novecento nei confronti della tradizione e della grande arte classica.<br />
L&#8217; estrema stilizzazione delle forme femminili rese con una monocromia blu riporta alle veneri antiche riprodotte da Michelangelo: il colore solista semplifica e sintetizza la forma che acquista un vigore inaspettato. All&#8217;interno di questo confronto fra due titani dell&#8217;arte, sembra doveroso concludere riportando la frase del maestro francese. «Credo che la personalità dell&#8217;artista si sviluppi nella lotta da condurre contro la personalità altrui. Se la lotta gli è fatale e se soccombe, quello doveva essere il suo destino». Evidentemente quest&#8217;ultima ipotesi non si è avverata.<br />
In parallelo alla mostra di Matisse, sempre compresa nel costo del biglietto, è possibile vedere l&#8217;esposizione Ercole il fondatore, curata da Antonio Giuliano e da Marco Bona Castellotti: una ricostruzione filologica e un&#8217;esposizione delle testimonianze archeologiche, scultoree e pittoriche provenienti in prevalenza dai musei locali che avvalorano la leggenda secondo la quale l&#8217;antico eroe greco avrebbe fondato la città di Brescia.<br />
Lodevole la scelta di affiancare una mostra di respiro internazionale con uno studio di scrupolosa scientificità condotto nel solco dell&#8217;arte e della cultura bresciana.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesca Serana</strong></p>
<p style="text-align: right;">
<p><em>In homepage particolare da Henri Matisse, “Il circo”, tav. 2, Jazz, Paris, Tériade, 1947. Tavola a pochoir realizzata con gouache di Linel, 42 x 65 cm, Le Cateau-Cambrésis, Musée départemental Matisse, © Succession H. Matisse by SIAE 2010, Photo Philip Bernard</em></p>
<p style="text-align: right;"><strong><br />
</strong></p>
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		<title>Daniele Schivardi</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 00:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesca Serana</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Schivardi]]></category>
		<category><![CDATA[inaugurazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Con la personale dell’artista, s’inaugura un nuovo spazio espositivo nel ricco e opulento nord  spesso parsimonioso di cultura: una suggestiva fabbrichetta dismessa, come nuova sede di eventi culturali teatrali, musicali e artistici.
Un’operazione di ristrutturazione durata quasi due anni, resa possibile dall’impegno, dal lavoro e dalla fantasia di molti, per trasformare una realtà locale, pensata per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con la personale dell’artista, s’inaugura un nuovo spazio espositivo nel ricco e opulento nord  spesso parsimonioso di cultura: una suggestiva fabbrichetta dismessa, come nuova sede di eventi culturali teatrali, musicali e artistici.<span id="more-1606"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Un’operazione di ristrutturazione durata quasi due anni, resa possibile dall’impegno, dal lavoro e dalla fantasia di molti, per trasformare una realtà locale, pensata per la produzione, in un luogo di studio, lavoro, sperimentazione, produzione e diffusione di cultura.<br />
L’associazione che gestisce l’attività artistica ha il nome di <em>Movente</em>, volendo con il participio indicare il movimento interiore della ricerca incessante.<br />
Il movimento in questi giorni &#8211; e fino al 15 maggio 2010 &#8211; concentra  l’attenzione sull’opera di <strong>Daniele Schivardi </strong>(Milano, 1949) presentando una summa degli ultimi venti anni del suo percorso artistico.<img class="size-full wp-image-1618 alignright" title="--schivardi" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2010/05/schivardi3.jpg" alt="--schivardi" width="350" height="433" /><br />
Nel grigio dominante, ogni rosso schizza un urlo sanguigno, il rosa perde tutta la sua dolcezza per rappresentare carne divelta dal tocco violento del pensiero altrui, il verde non riesce nella sua canonica missione rasserenante ma rievoca più facilmente la decomposizione e il corrotto. La morale imposta dal giudizio estraneo della gente lascia il suo strascico in ogni quadro, cozzando contro la percezione intima che ognuno ha di se stesso e provocando la violenza che da ogni parte scaturisce.<br />
Il pittore espone composizioni reduci di alcune delle sue più fortunate serie: da <em>La Papessa</em> a <em>Sa saga de su porcu</em>.<br />
Nella serie dedicata alla papessa Giovanna &#8211; il leggendario papa donna che avrebbe regnato sulla Chiesa nel Basso Medioevo &#8211; il giudizio della folla beffata dall’inganno avrebbe portato alla tortura della traditrice assieme alla sua condanna e all’uccisione. Nella provocante esecuzione espressa dall’artista, la donna assume la posizione di Cristo in Croce, lasciando intendere che i dolori della tortura e della morte lenta sono universali e non conoscono limiti di sesso. Se l’occhio si limita a constatare analogie fra la crocifissione di un uomo chiamato Gesù e una donna nuda messa in croce, la mente subentrerà ad integrare l’immagine concludendo che il figlio di Dio sacrificandosi sulla croce divenne simbolo dei sacrifici di tutta l’umanità, delle ingiustizie violentemente perpetrate così come quelle inflitte alla papessa rea di essersi creduta uguale a tutti gli uomini.<img class="size-full wp-image-1614  alignleft" title="2schivardi" src="http://www.artkernel.com/wp-content/uploads/2010/05/2schivardi.jpg" alt="2schivardi" width="437" height="289" /><br />
In un groviglio di ascendenza cimabuesca, si assommano particolari baconiani, non solo nella scelta originalissima di prendere come soggetto il papa (che tanto determinò il successo di Velazquez così come quello del suo estimatore Bacon). In una carrellata di volti apparentemente usciti dalla gallerie vaticane, non compaiono i papi che si sono susseguiti nella Storia bensì lo stesso papa reiterato con qualche leggera variante: forse ricordo del bresciano Paolo VI?<br />
In tal modo l’autore riesce immediatamente ad attualizzare una vicenda che diversamente rimarrebbe relegata al passato.<br />
Allo stesso modo del tema storico, nell’opera di Daniele Schivardi assume pari dignità anche il tema popolar-kitsch, come si può vedere dall’istallazione del maiale che in queste zone della bassa bresciana è stato per anni un’importante fonte di sostentamento. La serie de <em>Sa saga de su porcu</em> che recita a mo’ di sottotitolo <em>considerazioni sulla bestemmia</em>, un povero suino pende impiccato alla corda legata ad una struttura metallica, la sua carne rosa rivestita di specchi splende impreziosita come fosse una miniera di diamanti, abbigliata della stola che solitamente indossano i preti nei cerimoniali delle festività. Simboli sacri riluccicano e ricordano quanto spesso l’animale venga invocato contro Dio ma soprattutto parlano dell’ambivalenza dell’essere umano, sempre combattuto fra elevazione alla spiritualità e richiamo alla bassezza del bestiale.</p>
<p style="text-align: right;"><strong>Francesca Serana</strong></p>
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